Rapporti economici

  • Visioni
  • Letture

  • “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti, 1960 – Scheda del film
  • “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri, 1972 – Scheda del film
  • “Novecento” Atto I e II di Bernardo Bertolucci, 1976 – Scheda del film
  • “Un borghese piccolo piccolo” di Mario Monicelli, 1977 – Scheda del film
  • “Erin Brockovich – Forte come la verità” di Steven Soderbergh, 2000 – Scheda del film
  • “I lunedì al sole” di Fernando Léon de Aranoa, 2002 – Scheda del film
  • “The Corporation” di Marc Achbar, Jennifer Abbott, Joel Bakan, 2004 – Scheda del film
  • “Mi piace lavorare (Mobbing)” di Francesca Comencini, 2004 – Scheda del film
  • “Il cacciatore di teste” di Constantin Costa Gavras, 2005 – Scheda del film
  • “North country – storia di Josey” di Niki Caro, 2005 – Scheda del film
  • “Capitalism: a love story” di Michael Moore, 2009 – Scheda del film
  • “Il responsabile delle risorse umane” di Eran Riklis, 2010 – Scheda del film
  • “L’economia della felicità” di Helena Norberg-Hodge, Steven Gorelick, John Page, 2011 – Scheda del film
  • “Too big to fail – Il crollo dei giganti” di Curtis Hanson, 2011 – Scheda del film
  • “Debtocracy” di Aris Hatzistefanou, Katerina Kitidi, 2011 – Scheda del film
  • “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese, 2013 – Scheda del film
  • “Due giorni, una notte” di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2014 – Scheda del film
  • “Un mondo fragile” di César Augusti Acevedo, 2015 – Scheda del film

Informazioni dettagliate sulle letture proposte sono disponibili su anobii

  • “Tempi difficili” di Charles Dickens, 1854
  • “Rosso Malpelo” di Giovanni Verga, 1880
  • “Germinale” di Émile Zola, 1885
  • “Il denaro” di Émile Zola, 1891
  • “Martin Eden” di Jack London, 1909
  • “Ascesa e caduta della città di Mahagonny” di Bertold Brecht, 1927
  • “E le stelle stanno a guardare” di Archibald Joseph Cronin, 1935
  • “La strada di Wigan Pier” di George Orwell, 1937
  • “Furore” di John Steinbeck, 1939
  • “La condizione operaia” di Simon Weil, 1951
  • “La malora” di Beppe Fenoglio, 1954
  • “Tempi stretti” di Ottiero Ottieri, 1957
  • “La nuvola di smog” di Italo Calvino, 1958
  • “Donnarumma all’assalto” di Ottiero Ottieri, 1959
  • “Il calzolaio di Vigevano”; “Il maestro di Vigevano”; “il meridionale di Vigevano” di Lucio Mastronardi, 1959-64
  • “Memoriale” di Paolo Volponi, 1962
  • “Il padrone” di Goffredo Parise, 1965
  • “Vogliamo tutto” di Nanni Balestrini, 1971
  • “La chiave a stella” di Primo Levi, 1978
  • “Le mosche del capitale” di Paolo Volponi, 1989
  • “Scritti dal margine” di Paolo Volponi, 1994
  • “Il dipendente” di Sebastiano Nata, 1995
  • “Il banchiere dei poveri” di Yunus Muhammad, 1998
  • “Anatomy of Greed” di Brian Cruver, 2002
  • “I nuovi schiavi” di Kevin Bales, 2002
  • “La dismissione” di Ermanno Rea, 2002
  • “Confessioni di un sicario dell’economia” di John Perkins, 2004
  • “Pausa caffè” di Giorgio Falco, 2004
  • “Una paga da fame. Come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo” di Barbara Ehrenreich, 2004
  • “L’impresa irresponsabile” di Luciano Gallino, 2005
  • “Amianto. Una storia operaia” di Alberto Prunetti, 2012
  • “Servi” di Marco Rovelli, 2009
  • “Vicolo dell’acciaio” di Cosimo Argentina, 2010
  • “Ternitti” di Mario Desiati, 2011
  • “Mi spezzo ma non m’impiego” di Andrea Bajani, 2006
  • “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…” di Aldo Nove, 2006
  • “Il mondo deve sapere” di Michela Murgia, 2006
  • “Il costo della vita – storia di una tragedia operaia” di Angelo Ferracuti, 2013
  • “I crimini delle multinazionali” di Klaus Werner e Hans Weiss, 2010
  • “Finanzcapitalismo” di Luciano Gallino, 2011
  • “Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita” di Serge Latouche, 2011
  • “Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile” di Naomi Klein, 2015

1. Presentazione. Un intero Titolo della Costituzione italiana (il terzo della Parte I) è dedicato ai rapporti economici. Queste disposizioni, insieme ad alcuni principi espressi nei primissimi articoli della Carta (si pensi, in particolare, agli artt. 1, art. 2, art. 3 e 4 ed ai principi lavorista, solidarista e di uguaglianza sostanziale) contribuiscono a definire – da un lato –  i rapporti fra politica ed economia e – dall’altro – le più importanti forme di tutela dei lavoratori. Elemento comune ai due percorsi ideali, che si snodano fra gli articoli dedicati alla c.d. “Costituzione economica”, è la ricerca di un (non sempre facile) bilanciamento fra interessi collettivi e diritti dei singoli, fra pubblico e privato, fra libertà e (ragionevoli) limitazioni delle stesse.

2. Economia e società. I rapporti tra politica ed economia possono assumere molte forme. L’ordinamento costituzionale italiano è costruito intorno all’idea che la politica debba decidere che tipo di società vuole e che l’economia sia uno strumento attraverso cui realizzare quel modello sociale. La Costituzione sancisce dunque la prevalenza della politica sull’economia, che resta comunque essenziale per assicurare il progresso materiale degli individui e della società nel suo complesso.
Questi criteri sono alla base di alcuni diritti e (specularmente) di alcune limitazioni che si rintracciano nel testo costituzionale.
Sono per esempio fissati, nell’interesse dell’intera comunità, alcuni limiti al “libero gioco” del mercato: una certa concezione dell’iniziativa economica privata (che non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale), dei rapporti di lavoro (nei quali la tutela più robusta è prevista a vantaggio della parte più debole e cioè del lavoratore dipendente) o del fisco (mediante la previsione di un sistema di tassazione, ed indirettamente di redistribuzione della ricchezza, di tipo progressivo).

  • Costituzione
  • Approfondimenti
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Scheda giuridica

  • Bibliografia tematica
  • Legislazione
  • Giursprudenza

Giovanni Bognetti, La Costituzione economica italiana, Milano, Giuffrè, 1995

La definizione del concetto di “costituzione economica” effettuata dall’autore è il momento di avvio del dibattito, ancora in corso, relativo alla determinazione dei principi che reggono i processi economici nel testo costituzionale italiano.

Alessandra Algostino, Democrazia sociale e libero mercato: Costituzione italiana versus “costituzione europea”?, in Costituzionalismo.it, n. 1/2007

Il confronto tra gli obiettivi e i principi della Costituzione italiana, volta alla costruzione di una democrazia sociale, e quelli dei trattati fondativi dell’Unione Europea offre una chiave di lettura critica circa l’evoluzione dell’Europa in senso meramente economico.

Ilenia Massa Pinto, L’innocenza della Costituzione e la sua difesa minima: in margine al dibattito sulla proposta di modifica dell’art. 41 della Costituzione, in Costituzionalismo.it, n. 2/2010

La proposta del governo di modificare l’art. 41 della Costituzione in materia di libertà d’iniziativa economica privata ha fornito al dibattito in corso una nuova occasione per porre a confronto argomenti pro e contra la possibilità e/o la necessità di modificare la Costituzione del 1947.

Gaetano Bucci, Le fratture inferte dal potere monetario e di bilancio europeo agli ordinamenti democratico-sociali, in Costituzionalismo.it, n. 3/2012

Una riflessione critica sui problemi provocati dalla scelta di abbandonare il modello di Europa democratica e sociale prefigurato nel secondo dopoguerra e di aderire a quello liberista delineato dal Trattato di Maastricht.

Luciano Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi. Attacco alla democrazia in Europa, Torino, Einaudi, 2013

La falsa narrazione intorno alle cause della crisi economica mondiale e le sue reali origini: analisi delle storture del sistema finanziario, della politica che ad esso ha attribuito un potere smisurato e delle conseguenze sulle vite e i diritti dei cittadini.

Carmela Salazar, Crisi economica e diritti fondamentali, relazione al XXVIII convegno annuale dell’AIC, in Rivista AIC, n. 4/2013

L’evoluzione dei diritti fondamentali “oltre lo Stato” e la potenziale minaccia derivante dal consolidarsi del processo di globalizzazione economico-finanziaria alla luce della crisi economica globale.

Massimo Luciani, L’equilibrio di bilancio e i principi fondamentali: la prospettiva del controllo di costituzionalità, relazione al convegno“Il principio dell’equilibrio di bilancio secondo la riforma costituzionale del 2012”, Corte costituzionale, Roma, 22 novembre 2013

Definizione e analisi del principio del pareggio di bilancio nel contesto che ha condotto alla sua adozione ed esistenza di margini per un sindacato di costituzionalità da parte della Corte.

Elisa Olivito, Crisi economico-finanziaria ed equilibri costituzionali. Qualche spunto a partire dalla lettera della BCE al governo italiano, in Rivista AIC, n. 1/2014 Partendo dalla lettera della Banca centrale europea al governo italiano del 5 agosto 2011 vengono svolte alcune considerazioni sul modo in cui la crisi economico-finanziaria ha inciso sulla produzione normativa, sui rapporti tra gli organi costituzionali e sugli equilibri costituzionali.

Franco Gallo, Federalismo fiscale e vincolo del pareggio di bilancio, “Lectio brevis” all’Accademia dei Lincei, Roma, 9 gennaio 2015

Analisi della coerenza del principio del pareggio di bilancio e del restringimento dell’autonomia finanziaria regionale e locale che ne consegue rispetto ai principi costituzionali di autonomia e di sussidiarietà.

Lorenza Carlassare, Diritti di prestazione e vincoli di bilancio, in Costituzionalismo.it, n. 3/2015 

Il limite posto dall’art. 81 della Cost. e l’interesse da esso tutelato non devono essere assolutizzati e isolati, ma devono essere messi a confronto con l’intera Costituzione, nel suo disegno complessivo e nei suoi fondamenti, primo fra tutti il principio di eguaglianza sostanziale di cui all’art. 3, comma 2 Cost.

Decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo) convertito con modificazioni dalla legge 14 settembre 2011, n. 148

Contesto: rischio di svuotamento del contenuto dell’articolo 41 della Costituzione. Il comma 2 dell’art. 3 del decreto si riferisce al principio secondo cui “[…] l’iniziativa e l’attività economica privata sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge”.

Legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1 (Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale) e legge 24 dicembre 2012, n. 243 (Disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’articolo 81, sesto comma, della Costituzione)

Contesto: introduzione del principio dell’equilibrio tra entrate e spese di bilancio e del vincolo di sostenibilità del debito di tutte le pubbliche amministrazioni mediante modifica degli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione. Problematicità: assetto di valori e priorità non coerenti rispetto all’ordinamento costituzionale italiano, che assegna invece priorità alla persona e alla sua dignità. Le ragioni dell’economia vanno garantite, ma attraverso operazioni di bilanciamento che escludono vincoli rigidi predefiniti.

Decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1 (Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività) convertito con modificazioni dalla legge 24 marzo 2012, n. 27

Contesto: rischio di svuotamento del contenuto dell’articolo 41 della Costituzione e di inversione della sua logica. Non più centralità dell’obiettivo dell’ “utilità sociale”, ma innalzamento del principio generale (ormai divenuto tale) della liberalizzazione a vero e proprio fine costituzionale.

Sentenza n. 354/2008 della Corte costituzionale

Contesto: il richiamo a questa sentenza pare utile nell’ottica di comprendere l’indirizzo prevalente della Corte in materia di diritto alla salute come “diritto finanziariamente condizionato”. L’esempio del diritto alla salute può essere interessante al fine di verificare quanto le “ragioni dell’economia” influenzino l’effettivo godimento dei diritti fondamentali. A tale proposito la sentenza in questione riporta l’orientamento consolidato della Corte costituzionale nel Considerato in diritto n. 4: “È necessario richiamare gli orientamenti più volte enunciati da questa Corte, anche con la sentenza n. 309 del 1999, secondo i quali, da un lato, la tutela del diritto alla salute nel suo aspetto di pretesa all’erogazione di prestazioni «non può non subire i condizionamenti che lo stesso legislatore incontra nel distribuire le risorse finanziarie delle quali dispone»; dall’altro, le «esigenze della finanza pubblica non possono assumere, nel bilanciamento del legislatore, un peso talmente preponderante da comprimere il nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana» (in questo senso, oltre alla citata sentenza, ex plurimis: sentenze n. 455 del 1990; n. 267 del 1998; n. 509 del 2000; n. 252 del 2001; n. 432 del 2005)”.

Sentenza n. 200/2012 Corte costituzionale

Contesto: si riferisce al giudizio di legittimità costituzionale dell’articolo 3 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148. La sentenza sembra sancire l’esistenza di un principio generale della liberalizzazione e innalzarlo a fine costituzionale, in particolare si legga il Considerato in diritto n. 7.4: “una regolazione delle attività economiche ingiustificatamente intrusiva – cioè non necessaria e sproporzionata rispetto alla tutela di beni costituzionalmente protetti (sentenze n. 247 e n. 152 del 2010, n. 167 del 2009) – genera inutili ostacoli alle dinamiche economiche, a detrimento degli interessi degli operatori economici, dei consumatori e degli stessi lavoratori e, dunque, in definitiva reca danno alla stessa utilità sociale. L’eliminazione degli inutili oneri regolamentari, mantenendo però quelli necessari alla tutela di superiori beni costituzionali, è funzionale alla tutela della concorrenza e rientra a questo titolo nelle competenze del legislatore statale.”

Sentenza n. 00326/2013 del T.A.R. Piemonte (fonte: Fondazione Promozione Sociale) e Sentenza n. 01740/2015 del Consiglio di Stato

Contesto: alcune associazioni che si propongono di promuovere e tutelare i diritti delle c.d. categorie deboli (in particolare disabili e anziani non autosufficienti) richiedono l’annullamento della deliberazione n. 11/A/2012 “Programmazione delle attività e dei servizi del Consorzio per l’anno 2012: definizione e linee di indirizzo residue” dell’Assemblea del Consorzio Intercomunale Socio-Assistenziale “Valle di Susa” perché recante misure di contenimento della spesa incidenti sulle categorie deboli sia in termini economici (compartecipazione degli utenti ai costi dei servizi) sia in termini di riduzione dei servizi socio-assistenziali (previsione di liste d’attesa e divieto di nuovi inserimenti nelle varie strutture). La riduzione della spesa si inserisce nel quadro dei “tagli” adottati dalle regioni al fine di mantenere il bilancio in equilibrio; si tratta dunque di bilanciare le ragioni dell’economia con la garanzia dei diritti sociali di assistenza (art. 38 Cost.) in un quadro che preservi l’eguaglianza sostanziale fra tutti i cittadini.

I principi che risultano primariamente tutelati, nonostante si sostenga che “i tagli degli enti locali non giustificano pregiudizi sulla tutela della salute”, sono “il coordinamento generale di tutta la finanza pubblica; l’equilibrio dei bilanci in relazione alle risorse limitate disponibili; quindi il contemperamento delle prestazioni sanitarie con i vincoli del bilancio, assicurando il diritto alla salute e i L.E.A., quali livelli uniformi garantiti a tutti i cittadini, l’appropriatezza e la ragionevolezza dei fondi assegnati e delle prestazioni stesse, nell’equa distribuzione dei sacrifici e dei carichi finanziari; la imprescindibilità e la vincolatività dei piani di rientro del comparto sanitario imposti dal Parlamento e dal Governo; il conseguente obbligo delle Regioni di adottare i necessari provvedimenti organizzativi e finanziari sì di natura discrezionale ma autoritativi, volti al rigoroso contenimento e alla razionalizzazione dei costi e quindi alla costante riduzione del debito e del disavanzo.” (6.2 del Fatto e diritto della sentenza del Consiglio di Stato).

Sull’argomento, si segnala:

Francesco Pallante, Il Consiglio di Stato: dall’inderogabilità dei diritti (sociali) all’inderogabilità dell’equilibrio di bilancio?, in Democrazia e diritto, n. 1/2014, pp. 173-187

Sentenza n. 604/2015 del Consiglio di Stato (Fonte: giustizia.amministrativa.it)

Contesto: si riferisce alla controversia relativa alla sentenza del T.A.R. PIEMONTE n. 00199/2014, concernente il sistema delle liste di attesa per l’assistenza residenziale e semiresidenziale alle persone anziane non autosufficienti. Di particolare interesse risulta il punto 16.5. del Fatto e diritto: “Nella impostazione della Corte il vincolo di bilancio e il rispetto dei diritti fondamentali si commisurano l’uno con l’altro nel senso che il vincolo di bilancio deve includere il rispetto dei diritti e i diritti devono a loro volta commisurarsi ad un nucleo essenziale, che sia di fatto compatibile con una prospettiva di effettiva sostenibilità e di lunga durata. […] Questa dialettica tra i valori più alti del nostro sistema costituzionale, tutti inderogabili e al tempo stesso tutti necessariamente attenti alle condizioni della loro effettiva implementazione e sostenibilità, si manifesta nel settore sanitario e socio-assistenziale con maggiore evidenza e con alta valenza simbolica e sostanziale”. Si richiama infine il punto 16.10.2 del Fatto e diritto: “La giurisprudenza della Corte costituzionale ha infatti più volte chiarito che la implementazione di prestazioni ulteriori o superiori rispetto al livello essenziale, quale risulta stabilito in ambito nazionale, non è consentita se non è contemplata dal Piano di rientro […]. Da tale giurisprudenza si ricava che una delimitazione o anche una riduzione delle prestazioni che sono al di sopra dei livelli essenziali non costituisce una loro violazione, ma al contrario, per una Regione sottoposta al Piano di rientro, costituisce un obbligo o un atto necessario, che può essere evitato solo previa dimostrazione della sua inutilità. Pertanto, gli atti di programmazione sanitaria e socio-assistenziale in attuazione del Piano di rientro comportano scelte di recupero o redistribuzione di risorse anche con riferimento ai LEA se questi sono erogati al di sopra degli standard nazionali.”

Sull’argomento, si segnala:

Francesco Pallante, Diritti costituzionali ed equilibrio di bilancio: il Consiglio di Stato torna agli anni Cinquanta, in Democrazia e diritto, n. 1/2015, pp. 88-96

Sentenza 10/2015; 70/2015 e 178/2015 della Corte costituzionale

Contesto: Le tre sentenze in questione sono legate dalla comune attenzione alle novità introdotte con la revisione dell’art. 81 Cost. ad opera della legge costituzionale n. 1/2012. Le tre pronunce della Corte hanno tuttavia messo in atto un diverso bilanciamento tra il principio del pareggio di bilancio e gli altri diritti costituzionalmente tutelati.

La sentenza n. 10 (relativa al giudizio di legittimità costituzionale di una norma che prevedeva una maggiorazione d’imposta gravante su determinati operatori dei settori energetico, petrolifero e del gas) è di particolare interesse perché determina una svolta nella giurisprudenza della Corte, la quale, per la prima volta, sancisce che una pronuncia di illegittimità costituzionale non abbia effetti retroattivi. La motivazione di tale innovazione deriva dal fatto che la retroattività determinerebbe una grave violazione dell’equilibro di bilancio ai sensi del nuovo art. 81 Cost.: l’impatto macroeconomico delle restituzioni dei versamenti tributari connesso alla dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma in questione determinerebbe, infatti, uno squilibrio del bilancio dello Stato di entità tale da implicare la necessità di una manovra finanziaria aggiuntiva, anche per non venire meno al rispetto dei parametri cui l’Italia si è obbligata in sede di Unione europea e internazionale. La Corte ha dunque ritenuto che il bene da tutelare maggiormente fosse la salvaguardia dell’equilibrio di bilancio, trattandolo alla stregua di un principio supremo.

La sentenza n. 70 (relativa alla rivalutazione dei trattamenti pensionistici) si pone in contraddizione con la precedente pronuncia. La Corte dichiara infatti l’illegittimità costituzionale di una disposizione concernente l’azzeramento del meccanismo perequativo che si limita a richiamare genericamente la “contingente situazione finanziaria”, senza che emerga con chiarezza la necessaria prevalenza delle esigenze finanziarie sui diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale oggetto di bilanciamento, nei cui confronti si effettuano interventi fortemente incisivi.

Nella sentenza n. 178 (relativa al congelamento dei trattamenti economici dei dipendenti pubblici e al blocco della contrattazione collettiva nel pubblico impiego) la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale sopravvenuta (la quale spiega i suoi effetti a seguito della pubblicazione della sentenza) del regime di sospensione della contrattazione collettiva, proprio sulla base del palesarsi della sua natura “strutturale” (derivante dalla reiterazione delle misure in questione di anno in anno). Il carattere sistematico di tale sospensione sconfina dunque, secondo la Corte, in un bilanciamento irragionevole tra libertà sindacale (art. 39 Cost.) ed esigenze di razionale distribuzione delle risorse e controllo della spesa (art. 81 Cost.).

Le tre sentenze evidenziano come la giurisprudenza della Corte sul punto sia oscillante e il problema del rapporto tra l’art. 81 Cost. e le altre norme e diritti costituzionali resti aperto.

3. I rapporti di lavoro. Il lavoro è oggi una realtà complessa e multiforme, non riducibile a un’unica dimensione come, in particolare, quella economica. La Costituzione tutela il lavoro “in tutte le sue forme ed applicazioni” e impone ai pubblici poteri di adottare tutte le misure idonee a rendere effettivo per tutti il diritto al lavoro. Questo perché poter svolgere un lavoro, qualunque esso sia, permette a ciascuno di realizzarsi, di trovare il proprio “posto nel mondo”, e alla società di svilupparsi e di progredire sotto l’aspetto materiale e “spirituale”. In questo senso il lavoro è un diritto, un dovere e il fondamento della democrazia.

  • Costituzione
  • Approfondimenti
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Scheda giuridica

  • Bibliografia tematica
  • Legislazione
  • Giurisprudenza

Manlio Mazziotti, Lavoro (diritto costituzionale), in Enciclopedia del diritto, Milano, Giuffrè, vol. XXIII, 1973, pp. 338 ss.

Voce enciclopedica di riferimento sul lavoro e le sue declinazioni nel diritto costituzionale.

Adriana Apostoli, Art. 4, in S.  Bartole – R.  Bin (a cura di), Commentario breve alla Costituzione, Padova, Cedam, 2008, pp. 38-49

Commento all’art. 4 Cost. e, più in generale, alle norme costituzionali relative al lavoro.

Luciano Gallino, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Roma-Bari, Laterza, 2009

La “flessibilità” del lavoro è richiesta in misura sempre crescente: quali sono i motivi, i costi umani e le alternative a questa realtà?

Luciano Patruno, Il caso Rüffert: la Corte di giustizia CE fa un altro passo avanti nella ‘via giudiziaria’ al dumping sociale, in Costituzionalismo.it, n. 2/2008 

L’analisi della sentenza Rüffert della Corte di giustizia dell’Ue offre lo spunto per delineare il mutamento dei diritti dei lavoratori in ambito europeo, in particolare in riferimento al diritto di sciopero, alla contrattazione collettiva e alla giusta retribuzione, rispetto al diritto delle imprese di trarre vantaggio, nell’esercizio della libertà di prestare servizi o di scelta dello Stato d’elezione ove stabilire il centro dei propri affari, dai differenziali di costo del lavoro presenti nel “mercato interno”.

Giorgio Fontana, Libertà sindacale in Italia e in Europa. Dai principi ai conflitti, in Quaderni costituzionali, 2010

Il contributo offre un quadro dettagliato del significato e dei mutamenti del concetto di libertà sindacale nel testo costituzionale e nel quadro europeo, anche alla luce di alcune importanti sentenze della Corte di giustizia dell’Ue.

Maurizio Rossi, Le nuove forme di accordo tra sindacati e impresa: una cronaca a partire dal caso FIAT, in Rivista AIC, n. 3/2011    

A seguito del caso Fiat si è parlato di uno shock subìto dal diritto del lavoro, causato dal nuovo modello di contrattazione sindacale. L’autore analizza l’evoluzione delle modalità di contrattazione e il contenuto degli accordi conclusi per comprendere il punto in cui sono giunte le relazioni industriali.

Alessandra Algostino, Diritti flessibili nell’era dei feudi aziendali. Considerazioni intorno all’accordo su democrazia e rappresentanza del 28 giugno 2011 e all’art. 8 della manovra finanziaria-bis (l. 148 del 2011), in Costituzionalismo.it, n. 3/2011 

Attraverso l’analisi dell’accordo del giugno 2011 in tema di democrazia e rappresentanza, siglato tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, l’autrice esamina la storia della destrutturazione dei rapporti di lavoro e il mutamento della relazione capitale-lavoro rispetto alle previsioni della Costituzione.

Stefano Giubboni, Profili costituzionali del contratto di lavoro a tutele crescenti, in Costituzionalismo.it, n. 1/ 2015

L’articolo si occupa di approfondire criticamente la nuova disciplina del contratto di lavoro a tutele crescenti, mettendone in evidenza i possibili profili di illegittimità costituzionale.

Chiara Tripodina, Reddito di cittadinanza come “risarcimento per mancato procurato lavoro”. Il dovere della Repubblica di garantire il diritto al lavoro o assicurare altrimenti il diritto all’esistenza, in Costituzionalismo.it, n. 1/2015

Partendo dal diritto ad avere garantita una vita libera e dignitosa, anche quando si versi in condizione di povertà e disoccupazione, l’autrice analizza il dovere della Repubblica di garantire a tutti l’esistenza ed individua nel reddito di cittadinanza uno strumento costituzionalmente necessario per la realizzazione di una democrazia realmente emancipante.

Francesca Angelini, Il governo, il lavoro e la Costituzione nel c.d. “Jobs Act”, in Costituzionalismo.it, n. 1/2015

La riforma del Jobs Act viene analizzata nel quadro delle riforme strutturali del mercato del lavoro, mettendo in evidenza le ripetute forzature delle regole costituzionali e l’emarginazione del ruolo del Parlamento.

Legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento)

Contesto: lo Statuto dei lavoratori, nato a seguito delle lotte operaie di fine anni 1960, costituisce, dopo la Costituzione, la fonte più importante del diritto del lavoro e sindacale nell’ordinamento italiano. Esso risponde a due esigenze fondamentali: tutelare la libertà e dignità dei lavoratori sul luogo di lavoro contro le possibili prevaricazioni da parte del potere imprenditoriale e rafforzare l’organizzazione e la libertà sindacale in azienda.

Decreto-legge 20 marzo 2014, n. 34 (Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese) convertito con modificazioni dalla legge 16 maggio 2014, n. 78

Contesto: nell’ambito della crisi occupazionale e seguendo il paradigma secondo il quale l’aumento della flessibilità comporterebbe un conseguente aumento dell’occupazione, il legislatore ha messo in capo tale disciplina che rischia nei fatti di rovesciare il principio secondo il quale il contratto di lavoro a tempo indeterminato costituirebbe la forma comune del rapporto di lavoro. La critica delinea infatti una possibile incompatibilità del decreto con la direttiva 1999/70/CE del Consiglio, la quale, già nel preambolo, afferma che “i contratti a tempo indeterminato sono e continueranno ad essere la forma comune dei rapporti di lavoro fra i datori di lavoro e i lavoratori”.

Legge 10 dicembre 2014 n. 183 (Deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro) e relativi decreti attuativi: decreto legislativo 22/2015 relativo all’introduzione di nuovi ammortizzatori sociali in caso di disoccupazione involontaria; D.Lgs. 23/2015, sul contratto a tutele crescenti; D.Lgs. 80/2015, sulla conciliazione tra tempi di vita e di lavoro; D.Lgs. 81/2015 relativo al riordino dei contratti di lavoro e alla disciplina delle mansioni; D.Lgs. 151/2015 sulle semplificazioni in materia di lavoro e pari opportunità; D.Lgs. 150/2015 in materia di politiche attive; D.Lgs. 149/2015 relativo all’attività ispettiva in materia di lavoro e legislazione sociale; D.Lgs. 148/2015 sulla riorganizzazione della disciplina degli ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro.

Contesto: tali normative, nel loro insieme, costituiscono la riforma del mercato del lavoro conosciuta come “Jobs Act”. La critica principale che viene mossa a questa disciplina è quella di disconoscere la concezione del lavoro (strumento di realizzazione della persona e della sua dignità) sulla quale si fonda la Costituzione in base all’art. 1. In riferimento al Jobs Act è stato promosso un referendum abrogativo nel marzo 2016.

Sentenza della Corte di giustizia nella causa C-438/05

Contesto: il richiamo allo scenario europeo risulta particolarmente interessante a seguito di una serie di sentenze della Corte di giustizia che appaiono tutte ispirate alla medesima logica (sentenze Viking e Laval del 2007 e Rüffert del 2008) di bilanciamento tra le libertà economiche e i diritti sindacali. La sentenza Viking riguarda in particolare il contrasto tra la libertà di stabilimento e di prestazione dei servizi riconosciuta dai trattati alle imprese e il diritto di sciopero dei lavoratori e, riconoscendo in quest’ultimo un fattore restrittivo delle prime, contribuisce a fornire l’immagine di un’Europa che custodisce prioritariamente le libertà degli operatori del mercato e non i diritti fondamentali degli individui.

Sentenza n. 85/2013 della Corte Costituzionale

Contesto: si riferisce alla vicenda dello stabilimento dell’Ilva di Taranto, autorizzato dal decreto-legge 3 dicembre 2012, n. 207 (convertito in legge 24 dicembre 2012, n. 231) a proseguire la propria attività produttiva, in funzione della salvaguardia dell’occupazione e della produzione, nonostante questa avesse causato una situazione di emergenza ambientale e sanitaria tale da indurre la Procura di Taranto a disporre il sequestro di alcuni impianti dell’azienda. Della sentenza risulta particolarmente interessante la questione del bilanciamento tra i diritti fondamentali alla salute (art. 32 Cost.), all’ambiente salubre, e al lavoro (art. 4 Cost.), da cui deriva l’interesse costituzionalmente rilevante al mantenimento dei livelli occupazionali. La Corte Costituzionale, respingendo le questioni di costituzionalità poste dal giudice nei confronti del decreto-legge, conclude affermando il carattere non preminente del diritto alla salute rispetto agli altri diritti fondamentali e ragionevole il bilanciamento effettuato dal legislatore (in questo caso, in particolare, tra salute e lavoro).

Sentenza n. 231/2013 della Corte Costituzionale

Contesto: il richiamo a tale sentenza è utile per fornire uno spunto di riflessione sulla tematica della rappresentanza sindacale sul luogo di lavoro. Dati i tentativi, da parte di alcuni datori di lavoro (in particolare, nella sentenza, ci si riferisce alla Fiat), di limitare la rappresentanza aziendale ai sindacati sottoscrittori degli accordi collettivi escludendone altri (la Fiom), la Corte ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’art. 19, primo comma, lettera b), della legge n. 300 del 1970, nella parte in cui non prevede che la rappresentanza sindacale aziendale possa essere costituita anche nell’ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie dei contratti collettivi applicati nell’unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori dell’azienda”. Le motivazioni sono riconducibili al fatto che il richiamato art. 19 possa essere trasformato in un “meccanismo di esclusione di un soggetto maggiormente rappresentativo a livello aziendale o comunque significativamente rappresentativo” e dunque il criterio della sottoscrizione dell’accordo applicato in azienda si trovi inevitabilmente in collisione con i precetti di cui agli artt. 2 (diritti inviolabili dell’uomo, come singolo e nelle formazioni sociali), 3 (principio di uguaglianza) e 39 (libertà di organizzazione sindacale) della Costituzione.